A favore della pena di morte

Emma Bonino, che non mi ricordo più con quale dei tanti ministeri “spacchettati” di serie “b” si trastulli, ha fatto approvare al Consiglio dei ministri un provvedimento che mette al bando l’importazione e il commercio di quelli che chiamano “strumenti di tortura”.
In teoria sarebbe il recepimento di una direttiva europea, uno dei tanti provvedimenti da “soviet” con i quali di pensa di cancellare la memoria e la ragione di un qualche strumento o di una qualche idea.
E’ esattamente un fondamentalismo uguale a quello degli iraniani che vogliono cancellare il progresso, internet e la televisione, o a quello che dagli stessi attuali censori viene imputato alla nostra Chiesa … nel Medio Evo.
Dimenticando che non è lo strumento in sé ad essere “di tortura”, ma l’uso e l’applicazione che se ne fa.
Allo stesso modo si cerca di contrabbandare come una pena “illegittima” quella capitale, peraltro praticata nella più grande democrazia liberale del mondo: gli Stati Uniti.
Dimenticando che non è la pena di morte ad essere illegittima, ma il modo con cui viene comminata e l’uso che se ne vuol fare che la può rendere tale, da legittima che è, per e in natura.
E il tanto citato Cesare Beccaria, richiamato costantemente per dare una patina culturale alle stereotipate affermazioni contro la pena di morte, non escludeva il diritto dello stato a comminarla.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà, egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordin stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi …. Io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distoglier gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.”
E se non bastasse, nelle sue “conclusioni” il Beccaria afferma :
“… che la grandezza delle pene dev’essere relativa allo stato della nazione medesima. Più forti e sensibili devono essere le impressioni sugli animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio. Vi vuole il fulmine per abbattere un feroce leone che si rivolta al colpo di fucile. … perché ogni pena non sia violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.”.
Beccaria diventa un forcaiolo ?
No, Beccaria, come tutte le persone di buon senso, aspira ad una società ordinata dove la pena sia tanto più dolce quanto più i cittadini siano civili, ma come tutte le persone di buon senso non si lega un braccio dietro la schiena per combattere i “selvaggi” e le bestie feroci.
Distingue le circostanze, distingue le situazioni contingenti, distingue in base a quello che noi chiameremmo il “pericolo sociale” del reo, distingue in base all’esistenza di leggi preesistenti, del modo in cui viene comminata, della rapidità con la quale viene eseguita.
E come non notare che oggi noi siamo “al tempo dell’anarchia, quando i disordin tengon luogo delle leggi” ?
I moti di piazza violenti e distruttivi, l’aggressione del terrorismo, musulmano e non, altro non sono che anarchia e disordini che “tengon luogo delle leggi” e che giustificano la pena di morte.
L’arrivo in un paese civile e democratico di centinaia di migliaia di persone che non hanno dimestichezza con il vivere nel rispetto della proprietà e della vita altrui, avendo ancestralmente altri valori prioritari, rientra nel concetto di “.. animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio” per cui si rende necessario “il fulmine per abbattere un feroce leone che si rivolta al colpo di fucile”.
Mentre omicidi atroci, plurimi, quelli seguiti ad un sequestro, le stragi compiute e gli omicidi perpetrati in nome di una ideologia, rientrano appieno nell’ammissibilità della pena di morte come “il vero ed unico freno per distoglier gli altri dal commettere delitti.
Ma anche per mettere i cittadini onesti al riparo dalla reiterazione, da parte del medesimo criminale liberato grazie a troppe indulgenze o errate valutazioni psicologiche, degli stessi delitti, come troppo spesso capita.
Ma la base della legittimità della pena capitale sta nel sistema che la commina, nello sviluppo processuale, nelle opportunità di garanzia per una piena difesa dell’imputato.
Tutto questo presuppone che la pena di morte sia legittima quando rispecchi quel carattere “pubblico” già sottolineato dal Beccaria.
Una garanzia di legittimità che abbiamo nei paesi democratici come gli Stati Uniti e che invece non abbiamo in quelli, come Cina, Cuba o Iran, nei quali la democrazia non esiste se non a parole.
Ed ecco che uno stesso strumento, la pena di morte, è legittimo o non lo è, a seconda delle circostanze, di chi lo utilizza, di come viene a maturare la sua pratica.
fonte: link

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